Fervento-Valsesia Piemonte

Era l’ultimo sabato di un rovente Agosto ed io, carico di una singola da 80, mi incamminavo verso la Falesia Ronco a Fervento in compagnia di Matteo, amico con cui condivido molto, anche e soprattutto al di là dello sport. Ormai conoscevo  a memoria ogni particolare di quel breve avvicinamento che avevo percorso innumerevoli volte, a cominciare dai miei primi approcci con l’arrampicata, sulle placchette di quarto e fino a giungere ad allora, nel momento del mio primo vero “progetto” su di un tiro al mio limite.

Mentre apprezzavo interiormente il senso di serena familiarità che quel luogo mi donava, insieme salimmo dapprima i ripidi gradini in cemento, proprio vicino alla freccia bianca e rossa con la segnaletica CAI, per poi imboccare il sentierino che costeggiava le cataste di legna e la teleferica e che, subito dopo, era attraversato dal tubo dell’acqua, per poi superare il rumoroso pollaio e quindi, dopo due svolte in forte pendenza, raggiungeva finalmente lo splendido bosco dai profumi resinosi che ombreggiava i settori Bocciati e Spigolo Secco.

Mentre Matteo, più allenato di me, procedeva velocemente verso i settori alti, io mi fermai un istante ad osservare il bel gneiss granitoide grigio, che la luce del mattino filtrante dagli alberi illuminava magnificamente. Avevo davanti a me “Lamberman”, “Il Diedro Dei Porci”, “Elettroschock”, vie dai nomi surreali, estremamente tecniche ed estetiche, dove sapersi muovere bene conta spesso più del massimale di forza.

Non c’era nessun altro, la falesia intera era immersa in una calma irreale. Era la situazione che cercavo per lavorare il mio progetto, il tiro chiamato “Nessuno”, che si trovava nella parte più alta della falesia, denominata Peones. Da anni osservavo segretamente questa superba linea di placca, che ipotizzavo potesse essermi congegnale, senza mai sentirmi  veramente pronto per provarla. Ma, dopo un primo tentativo fatto quasi per scherzo circa un mese e mezzo prima, mi ero reso conto che le piccole prese molto distanziate sul bombè centrale non erano così intenibili, come invece avevo immaginato, a patto di posizionare bene il corpo.

Così, inaspettatamente, mi ero trovato anima e corpo nella sfida. 7a “old school”, 7a+ o, addirittura, 7b come risultava dalla guida di Versante Sud? La cosa non mi interessava molto, l’importante era riuscire in buono stile su quella via dai movimenti estetici, dove ogni metro era da guadagnare con equilibrio e tecnica. Estranea per me, ogni volontà di conquista. Più mi domandavo infatti, cosa ci fosse alla base della mia forte motivazione, più non risultava altro che la costante ricerca della consapevolezza di dove si situassero i miei limiti attuali e di quali fossero le mie reali potenzialità.

 Quel mattino rimasi sulla via per un tempo che mi parve eterno ma, pur azzeccando il singolo centrale più duro, proprio quello sulla difficile bombatura, ero ancora piuttosto lontano dal chiuderla. I voli si susseguivano a ripetizione, lunghi e morbidi, perfettamente controllati dallo scrupoloso Matteo. Mi ritrovai esausto, appeso alla corda, ubriaco di adrenalina, le braccia allungate verso il basso nel tentativo di dare sollievo agli avambracci induriti dalla ghisa, mentre le dita dei piedi, compresse nelle Miura quattro numeri più piccole, cominciavano a pulsare e a perdere sensibilità.

Nella mente iniziavano a nascere le scuse: “Forse oggi è troppo caldo”, “Magari ci torno con il primo fresco dell’autunno”, “Non sono abbastanza bravo”, “Non mi tengo abbastanza” e così via, in una crescente spirale di demotivazione. Ma, proprio nel momento in cui stavo per darmi definitivamente per vinto, sentii  una voce dal tono simpatico e positivo esclamare: “Sta cominciando ad andare bene! Si, il ragazzo sta proprio cominciando ad andare bene!”. Guardai giù e riconobbi, venti metri  più in basso, l’inconfondibile lunga chioma argentea di Guido, mitico local climber “storico” che, sbucato da non so dove, era intento a chiacchierare con Matteo. E aggiunse, appena prima di incamminarsi nel bosco e salutarci: “ti manca poco, da dove sei adesso il duro è fatto, traversa verso sinistra fino al diedro, da lì sei subito in catena”.

Ovviamente non avevo più energia per ulteriori tentativi ma, già mentre mi facevo calare, sentii la forza dell’orgoglio risalire, sospinta da quei complimenti. Per tutta la settimana successiva, non feci altro che visualizzare nella mente ognuno dei singoli movimenti che componevano il tiro e, il primo sabato di Settembre, anche grazie ai consigli di Guido, liberai quella via da tempo sognata.