Chamonix Mont Blanc – Aguille du Triolet

La salita di cui vi voglio parlare , si svolse sulla parete nord dell’Aiguille du Triolet, uno scivolo di roccia e ghiaccio (attualmente purtroppo quasi solo più roccia, almeno nel periodo estivo) che si innalza per 800 mt. circa a chiudere il fondo del bacino di Argentiere, un anfiteatro di pareti alte, difficili e selvagge, sito nel gruppo del Monte Bianco, sulle quali sono stati scritti alcuni tra i più importanti capitoli della storia dell’alpinismo. Chi non conosce nomi quali l’Aiguille Verte, Les Courtes, Les Droites? Non li conoscete?

Non importa. Posso solo dirvi, visto che io ci sono stato e che i primi salitori della nord del Triolet, i ginevrini R.Greloz e A.Roche, condiderata l’attrezzatura dell’ epoca in cui realizzarono l’impresa, era il lontano 1931, fecero un capolavoro di ardimento e di tecnica. Considerate che i ramponi avevano 10 punte, mancavano quelle frontali, e le piccozze avevano il becco e la pala in acciaio, innestati su di un manico in legno, diritto e lungo 1 metro. Non esistevano i chiodi da ghiaccio, le giacche in Gore Tex, il GPS e quant’altro ma, dentro ai pantaloni alla zuava in lana cruda, gli alpinisti di questo rango, lasciatemelo dire, avevano due palle che noi oggi ce le sognamo. (concetto esteso anche alle donne, beninteso..)

Fatto questo preambolo, giusto per inquadrare il contesto, torniamo indietro nel tempo, non al 1931 ma precisamente a una domenica mattina del mese di luglio 1977.Io avevo sostenuto da poco l’esame di maturità e, dopo quasi due mesi di inattività dovuta all’impegno dello studio, mi trovai quella mattina, alle 7:00 credo, nel mitico negozio di articoli sportivi Nicola Sport di Biella, conl’ altrettanto mitico Giuseppe Re, detto Beppe, compagno in questa avventura nonché gestore del negozio stesso.

Beppe, per chi non lo conoscesse, è un personaggio molto particolare. Guida alpina e istruttore nazionale di alpinismo, ha rappresentato, assieme a Guido Machetto e Miller Rava, uno dei capisaldi del periodo d’oro dell’alpinismo biellese e non solo. Ha scalato un’infinità di vie sulle Alpi e sulle montagne di mezzo mondo . Come lo descriveva in un suo libro Machetto stesso “uno strano miscuglio di abilità pratica e di ascetismo stravagante, un filosofo paysan (inteso come contadino, alla francese), un notevole viaggiatore, un buon scalatore, un sofisticato osservatore”.

Tutto vero, ma quello che mi importava all’epoca, era che Beppe dirigeva il negozio e pur non essendone il padrone,si comportava come tale. Per cui, quando quella mattina mi disse “Eugenio, hai tutto? Ti serve qualcosa? Prendi quello che vuoi”.Di fronte a quella quantità incredibile di attrezzatura da alpinismo, mi sentii come un orso di fronte ad un alveare pieno di miele ma senza la scocciatura delle api che ti punzecchiano.

Dopo aver fatto razzia di ogni cosa e riempito le sacche, caricammo il tutto in auto e partimmo alla volta di Courmayeur.Il viaggio fu piacevole, gli argomenti di discussione non ci mancavano. La giornata era splendida, il morale alto, e tutto si svolgeva in un’ armonia incredibile, il cosiddetto “flow”come si dice adesso.

Le idee precise su dove andare non le avevamo ancora, salvo il fatto di scalare su ghiaccio. Ad Entreves, guardando il versante Brenva, attratti dal quel biancore accecante dei pendii che determina che le condizioni sono buone, incominciammo a mettere giù qualche nome. Lo sperone della Brenva, la nord della Blanche, la Major? Era tutto li, davanti a noi, a nostra disposizione. “Non ho mai fatto la nord del Triolet” disse il Beppe “cosa ne pensi?”
Io non avevo mai fatto salite importanti su ghiaccio, e poi era parecchio che non scalavo. L’unica forma di allenamento seguita in quel periodo era rappresentata da lunghe ed estenuanti pedalate giornaliere sulla ciclette di casa, niente di più.

La sua proposta mi intimorì parecchio,la parete nord del Triolet era considerata all’epoca una salita molto severa, una delle più impegnative salite di ghiaccio delle Alpi. Ma a 19 anni cosa vuoi rispondere ad una domanda del genere?! “Ok Beppe, va bene”. L’auto imboccò il tunnel, scendemmo a Chamonix e poi all’Argentiere, funivia fino al col des Grands Montets, vista mozzafiato sulla nord dei Drus e discesa sul ghiacciao dell’Argentiere. Passammo sotto la Verte e dopo un paio d’ore di piacevole camminata in un ambiente spettacolare, arrivammo al rifugio dell’Argentiere, all’epoca appena ricostruito, moderno ed accogliente, molto diverso dalle classiche topaie cui eravamo abituati.

Dopo una cena sostanziosa e due riflessioni reciproche su argomenti vari, scambiate al tramonto al cospetto della parete nord delle Droites, ci rifugiammo nelle nostre cuccette, cercando di scacciare i pensieri sulla salita del giorno dopo chenon appena poggi la testa sul cuscino e chiudi gli occhi forzatamente per cercare il sonno, iniziano a rincorrersi in un looping che sembra non spezzarsi mai.
A mezzanotte qualcuno del rifugio spalancò bruscamente la porta del dormitorio urlando più volte”Verte, Triolet…Verte, Triolet…”.Come potete immaginare, era la chiamata per chi si dirigeva verso quelle mete.

Le partenze dai rifugi di notte, con il freddo ed il buio e con il corpo ancora intorpidito dal dormiveglia, per me hanno sempre rappresentato il momento più odioso e traumatico della salita. Incominci a camminare , il cuore batte forte perché la “macchina” non è ancora calda e fatica ad ingranare. Vedi le lucine del rifugio che significano “calore ,sonno e sicurezza”, allontanarsi, piano piano…torneresti volentieri indietro ma non puoi…
Anche quella volta le sensazioni non furono molto diverse. Fortunatamente, essendo il ghiacciaio dell’Argentiere pressochè pianeggiante , mi permise di scaldarmi senza troppa fatica.

Dopo un’ora circa di cammino, nelle gambe incominciammo a sentire la pendenza aumentare, per poi trovarci, dopo pochi minuti, alla crepaccia terminale.Sopra di noi incombeva l’ombra possente e minacciosa della parete. Dietro di noi, le luci tremolanti di altri alpinisti che ci stavano raggiungendo. Beppe attaccò senza esitazioni quel muro bianco quasi verticale, lo seguii con il fascio della mia frontale per una decina di metri, lo vidi tribolare un po’ per poi sparire oltre il cambio di pendenza. Due bruschi strattoni alla corda mi avvisarono che era giunto il mio turno.

Iniziai a salire, fortunatamente c’era neve dura e ben ramponabile ed in poco tempo ci trovammo sul pendio che costituisce la prima sezione della salita,un tratto di circa 400 mt , con pendenza a 55/60°, che porta ad una fascia di rocce, la quale obbliga ad un traverso verso destra, in direzione delle due barriere di seracchi che sovrastano la parete, a circa due terzi della sua altezza.Le condizioni erano buone, non c’era ghiaccio ma neve molto sicura , che ci permise di salire per qualche tratto in conserva.

Giungemmo alla fascia rocciosa dove era chiaro che la neve lasciava il posto al ghiaccio. Attaccai il traverso, utilizzando per le mani, finchè potei, delle piccole costole rocciose affioranti. La progressione, molto delicata, mi impegnò parecchio. Misi una vite da ghiaccio come protezione, attraversai il pendio molto ripido, circa 70°, in direzione della breccia esistente tra i due seraccchi e, dopo una lunghezza intera di corda , arrivai finalmente a piantare la piccozza nella neve con tutto il manico.

Dalla breccia salimmo abbastanza agevolmente sul seracco superiore, ritrovandoci alla base dell’ultimo pendio che, con due tiri di corda, conduce al Col Superieur du Triolet, dove solitamente termina la salita. Incoraggiato dal Beppe, ingenuamente attaccai da primo anche quest’ ultima sezione, con la sensazione di affrontare una piacevole e rilassante marcia trionfale, su un bel pendio nevoso, dove le punte degli scarponi entrano per bene, i ramponi mordono una neve bella dura e tu ti senti bravo e forte…Ma, come si dice, non dire gatto se non ce l’hai nel sacco.

In breve la neve sparì e riaffiorò un ghiaccio fragilissimo che si spezzava e scheggiava ad ogni colpo di piccozza.La pendenza non era elevata, 55/60°, ma le punte dei ramponi mordevano solo di qualche millimetro e gli attrezzi che avevo in mano non facevano di meglio.
Diedi uno sguardo alla corda, che filava diritta senza alcuna interruzione verso il Beppe, la cui figura si stagliava vertiginosamente sullo sfondo piatto del ghiacciaio, 700 metri più in basso. I polpacci mi bruciavano maledettamente e non mi sentivoper niente a mio agio, anzi avevo una fottuta paura.

Estrassi una vite da ghiaccio e incominciai ad avvitarla sulla superficie ghiacciata. Niente da fare, il ghiaccio era talmente duro che la punta non ne scalfiva la superficie. Provai con la punta del martello da ghiaccio (allora si usavano questi strani strumenti…) a creare un invito, ma appena cercai di inserirvi la vite con una debole martellata sulla sua testa, questa prese la strada degli abissi. La sensazione di venir via da un momento all’altro era sempre più forte.

Estrassi un’altra vite e ripetei l’operazione, questa volta però con successo. La avvitai fino in fondo e, una volta passato il moschettone e la corda, tirai un grosso sospiro di sollievo.La progressione proseguì con le stesse difficoltà per 10/15 metri ancora, ma la protezione piazzata poco prima mi dava sicurezza e presto mi ritrovai nuovamente ad affondare i ramponi in una solida e rassicurante coltre di neve.

Alle 7,30 del mattino ci ritrovammo entrambe al Col Superieur du Triolet, ci stringemmo la mano e a nessuno dei due passò, neanche per l’anticamera del cervello, l’idea di salire fino in punta.Dopo aver sgranocchiato qualcosa, scendemmo con molta cautela, aggirando enormi crepacci, per poi percorrere prima il ghiacciaio di Talefre e poi la Mer de Glace, fino al Montenvers che reggiungemmo alle 18,00, ancora in tempo per prendere l’ultima corsa per Chamonix.

Ah….una precisazione per sgombrare il campo da ogni equivoco :
una volta tornato a casa, dopo innumerevoli e profondi ripensamenti, giuro, restituii al Beppe tutto il maltolto del negozio (sigh!)