Alpi Apuane – Toscana – Via Oppio-Colnaghi

Fu in uno dei nostri classici pomeriggi a Montestrutto, mentre fantasticavamo sulle prossime mete montane, che il mio amico Angelo mi parlò di una bellissima ascensione, di quelle storiche, di quelle che non si dimenticano. Accettai senza riserve e verso il limitare di Giugno ci dirigemmo verso quella che era la nostra meta, ossia la parete nord del Pizzo D’uccello nel cuore della Toscana più nascosta.

La parete nord del Pizzo D’uccello è un muro verticale di circa 800 metri che si scaglia prorompente nel cielo delle alpi Apuane.

Ed eccoci lì. Venerdì dopo pranzo, carichi e fiduciosi che ci dirigevamo in tutta serenità verso il rifugio Donegani, sede del nostro pernottamento, a circa un’oretta dall’attacco della via Oppio-Colnaghi, che ci aspettava per il giorno seguente. Il gestore del rifugio è un ragazzo giovane e molto divertente anche se a volte, dai modi un po’ sbrigativi, che dopo averci preparato una deliziosa cena, si dileguò e lo rivedemmo solo la mattina seguente.

La sveglia fu fissata alle 4.30 e dopo una colazione che posso definire “magra”, ci dirigemmo, ancora sbigottiti per la notte non troppo ristoratrice, verso l’attacco della via; davanti a noi ci precedevano una coppia di ragazzi di Lecco molto simpatici e alla mano, i quali saranno poi i nostri compagni di ascensione

Arrivammo all’attacco verso le 8:00 e subito mi pervase un tremito di paura quando alzando la testa vidi l’immensità di quella parete, ma tale emozione era compensata in parte dalla bellezza della parete stessa, così irradiata dai raggi del mattino.

Dopo il consueto vestimento e alcune parole di sprono ci accingemmo ad attaccare la via. Da subito notammo però, che la roccia, essendo in parte Dolomia, era alquanto scivolosa e friabile e questo ci creò non poche difficoltà e preoccupazioni a venire, ma seppur cauti e lentamente, stavamo inesorabilmente salendo.

La via non presenta difficoltà molto sostenute, al massimo vi sono dei tiri di 5+/6- ma la scarsissima presenza di chiodi (una decina in 800 metri di via) e la roccia alquanto fragile e con pochissime possibilità di mettere protezioni, rendeva quella via non proprio banale (almeno per me!); la parete non si presentava mai troppo verticale e mai strapiombante, ma i camini che abbiamo dovuto in qualche modo affrontare furono molti, qui le possibilità di piazzare protezioni veloci erano scarse oltremodo e una caduta nel mezzo del camino stesso avrebbe comportato serie conseguenze.

i tiri si susseguivano così come colui che doveva procedere da capo cordata e impegnati come eravamo ad affrontare non solo le difficoltà ma anche l’immenso problema di trovare la via, il tempo scorreva veloce. Ma il tempo non era la sola cosa che ci preoccupava, la nostra ansia più grande fu determinata dalla dimensione dei sassi, a volte massi, che dall’alto come proiettili ci volavano accanto.

Vedevo Angelo disinvolto e apparentemente incurante di tale problematica, ma per quanto riguarda me, i rumori inquietanti provenienti dall’alto e il sibilo acuto dei sassi che mi passavano vicino, mi incutevano una paura talvolta paralizzante.

Quando la sete iniziò a inaridire la gola, capimmo che le ore trascorse erano molte, ma Angelo stava per affrontare il tiro chiave dopo il quale potevamo rilassarci un po’ e procedere più spediti verso la fine della nostra via e ovviamente tutto questo ci rincuorava!

Sbucammo in cima al calar del sole, dopo gli ultimi tiri abbastanza faticosi, stremati ma felici, ci sedemmo ad ammirare il tramonto. Quando anche lo stomaco si fece sentire, ci destammo dalla splendida vista e lentamente scendemmo verso il rifugio, la discesa ci accorgemmo strada facendo, non era il classico sentiero dal quale ci si lascia trasportare a valle con letizia ma bensì una ripida e scoscesa traccia colma di sassi e balze, ma sebbene la discesa non era tranquilla e spensierata, non si può dire che fosse lunga e perciò in meno di un’ora fummo al punto di partenza mattutino.

Ci vollero 14 ore per affrontare quella parete, ma essendo la mia “prima” parete nord, insieme ad un ben più forte compagno e amico, fui felicissimo e ampiamente soddisfatto tanto che non badai nemmeno al semplice ma accettatissimo pasto del rifugista ormai ad ora tarda.