Valle D’ Aosta

Questa è un’esperienza che auguro a tutti, accresce l’autostima e ti fa riflettere su cosa vuol dire arrampicare. Io ho cominciato a scalare da circa 5 anni e mi piace ricordare quei momenti, quando ti chiedevi cosa ci facevi dentro ad un imbrago e con i piedi stretti dentro a due morse. 2 anni fa il mio socio e mentore Maio, uomo di grande esperienza, arrampicatore da molti anni, mi propone di andare a fare qualcosa al Pilastro Lomasti. Per chi non lo conoscesse il Lomasti è un monolite verticale di circa 200 m. di altezza sul quale si sviluppano poco più di una quindicina di vie, severe e per arrampicatori esperti, quindi per me irraggiungibili.

A questa proposta risposi al mio socio “ma tu sei fuori come un melone” perché il solo pensiero di trovarmi su questa parete mi sembrava pura utopia. Maio insistette e mi disse “Non preoccuparti facciamo “La Rossa e il Vampirla”, se ci si diverte andiamo avanti, altrimenti scendiamo, tanto su qualsiasi sosta ci si può calare. Allora ci stai?”, io lo guardai un po’ dubbioso ma poi pensai che prima o poi qualche via seria avrei dovuto affrontarla quindi risposi timoroso “Ok socio, se ritieni che ce la posso fare andiamo”.

La notte precedente non riposai molto perché l’ansia continuava a disturbare il mio sonno. Ma qualche ora dopo eravamo al parcheggio del Machaby con lo zaino in spalla e raccontandoci qualche balla ci avvicinammo al pilastro. Ricordo che appena superato un costone roccioso lo vidi in tutta la sua maestosità ma era ancora lontano e piccolo. Tutto cambiò quando ci trovammo alla base della parete e qui non lo nego fui assalito dalla paura e dalla voglia di tornare indietro.

Maio è una persona che ha la mia piena fiducia, da cui ho imparato tanto e tanto ancora avrà da insegnarmi e vedendomi preoccupato sdrammatizzò subito distraendomi con la sua ilarità e in un attimo mi ritrovai imbragato e pronto ad affrontare questa avventura. Maio parte sicuro e deciso sul primo tiro che stranamente si presenta asciutto perché solitamente è soggetto a eterne colate. Senza grandi difficoltà raggiunge la prima sosta. Due veloci manovre e guarda in basso urlandomi due semplici parole, si, quelle parole,“QUANDO VUOI” una brevissima frase che determina il fatto che adesso indietro non si torna.

Tiro un bel respiro e parto. Il primo tiro è il più lungo della via, circa 45 m. e si sviluppa su una roccia rossa un po sporca e a tratti scivolosa per colpa di queste colate che coprono la roccia di terra e muschio. Faccio una fatica tremenda continuo a scivolare e mi sale la preoccupazione per il dopo, visto che già qua tutto diventa difficile. Arrivato in sosta scoraggiato dico a Maio “se la via è tutta cosi per me si può anche tornare a casa” stupito mi rispose “no no adesso la roccia cambia vedrai che spasso”. Mi fido di lui che attacca il secondo tiro dove si accentua la verticalità. Ci siamo solo noi sulla via, siamo partiti presto. L’unico rumore sono i rinvii si Maio che scattano. Il mio socio arriva in sosta e parto io.

Devo ammettere che Maio aveva ragione, qui la roccia si trasforma. E’ bellissima, si fa scalare volentieri e ha un grip eccezionale. Salgo il tiro molto più sereno di prima, anzi, comincio a divertirmi. Il terzo tiro si presenta con un bel passo di 6a+ che fatto da due diventa più facile e mungendo qualche rinvio ne esco facilmente. Anche il quarto e il quinto passano sotto ai miei polpastrelli ma non sento la fatica perché mi sto davvero divertendo. Intanto il sole fa capolino e comincia ad illuminare la nostra salita a volte abbagliandoci quasi a ostacolare l’ascesa.

All’attacco del sesto e ultimo tiro, Maio mi dice “questo lo tiri tu” ed io stupito “Maio ma è un 6a!” sorridendo rispose “perche’ quelli che hai fatto prima cos’erano?”. Insomma non avevo scampo, preso un po’ di coraggio, sfruttando tutta quell’energia che avevo ancora salgo l’ultimo tiro della via. La parete si appoggia e la sosta è li in mezzo a una terrazza naturale che mi dice “sei arrivato”.

Assicuro Maio e lo faccio salire. In pochi minuti ecco che spunta fuori anche lui e con un sorriso mi fa capire quanto è contento per la nostra impresa. Una stretta si mano, un abbraccio e un immenso grazie fanno di me l’uomo più felice del mondo. Mi gusto questo momento con lo sguardo lungo la valle e mi faccio i complimenti da solo. Si sono stato proprio bravo. Qualche doppia per la discesa e si scende il sentiero del ritorno.

Ogni tanto uno sguardo malinconico sul pilastro, mi faceva riflettere in silenzio su quello che Maio ed io avevamo fatto quella mattina. Appena dopo festeggiammo al Forte di Machaby con una buona birra.

Sono passati 3 anni pieni di belle arrampicate sempre più complesse. Sono cresciuto anch’io. Ho la consapevolezza di avere spostato l’asticella di qualche punto. Affronto una via con la voglia di salirla, non piu’ con l’ansia di riuscire. E cosi quest’anno mi viene la voglia di misurarmi sulla stessa via, con lo stesso socio, ma con un approccio più consapevole. Chiamo Maio, “e se tornassimo al Lomasti e provassi a tirare qualcosa?” la risposta fu “quando si va?”. Ci organizziamo per un Sabato di Giugno. Con noi sarebbe venuto anche Valter un amico di Maio. Tutti pronti a partire quando arriva l’inaspettata telefonata di Maio che mi dice che non poteva venire per un problema a casa. Rimasi basito, dispiaciuto ma compresi il problema. Maio mi dice “organizzati con Valter e andate lo stesso”.

Non conoscevo Valter, lo vidi per la prima volta la mattina della scalata. Non conoscendomi mi chiede “ma tu come te la cavi con le calate?” io rispondo “ma si dai qualcuna ne ho fatta e sono ancora qui”. Carichiamo la macchina e partiamo. Chiacchieriamo un po’ per conoscerci, e scopro che Valter come Maio è un grande arrampicatore e capisco di essere anche oggi in buone mani. Il Pilastro è ancora la ad aspettarmi come se sapesse che sarei tornato. Uno sguardo veloce verso l’alto e siamo pronti per salire.

Questa volta il primo tiro è un disastro la parte bassa è tutta bagnata e scivolosa. Valter dopo essersi stiracchiato un po’ parte. Capisco la sua ansia di farsi assicurare da chi non conosce e cerco di metterlo a suo agio stando molto attento a fare tutto per bene. Guardandolo salire anch’io mi tolgo tutte le preoccupazioni. Una volta arrivato in sosta Valter mi urla di salire. Parto molto sereno e rilassato e senza grossi problemi arrivo anch’io in sosta. Qui un po’ imbarazzato, forse perché non ho ancora confidenza con Valter, gli chiedo se posso provare il tiro successivo, “Valter ci provo tuttalpiù torno indietro”. Lui sorride e infila la mia corda nel secchiello.

Parto su questa roccia che ricordavo fantastica e a parte qualche incertezza sullo spit da raggiungere (sul pilastro le vie si intrecciano spesso), proseguo con movimenti delicati e di equilibrio fino alla sosta. Valter mi segue a ruota e mi raggiunge. Il tiro successivo non è ancora nelle mie corde e Valter lo supera senza problemi. Alterniamo gli ultimi tiri, io mi becco quelli pari, i più facili, si fa per dire perché su questa via di facile non c’è nulla neanche la discesa. Continuo a salire sereno e questo mi riempie di soddisfazione. Sento nelle braccia tutto il percorso fatto negli ultimi due anni e i risultati sono tangibili. Arriviamo alla terrazza e ci diamo reciprocamente una pacca sulla spalla. “Bravo Valter” e “Bravo Gilberto”.

Un pensiero va a Maio che non è li con noi e al quale dedichiamo questa salita. Al termine delle calate guardo in su verso la parete e penso “arrivederci Pilastro” di sicuro ci tornerò. Davanti a un bel piatto di crespelle e ad un boccale di buona birra i miei pensieri vanno a questa giornata incredibile e piena di emozioni. Ho conosciuto un nuovo amico e un socio eccezionale, ho scalato una via importante e ho raccolto i risultati di 2 anni di impegno e passione.

Adesso mi sento finalmente un vero Vampirla!

Buone arrampicate 
G.