Valle Soana – TO


Tutto comincia con una telefonata del mio socio Maio. Su suggerimento di un suo amico, si decide di salire la via Gervasutti in Valle Soana, nel Canavese. Avendo qualche radice nella zona sono contento di esplorare questi luoghi. Partiamo in cinque, io, Maio, Teto, Marco e Roby. Marco, istruttore del Cai di Torino, scalò la Gervasutti trent’anni fa, quindi siamo in una botte di ferro.


Partiamo da Campiglia Soana, un simpatico paesino, un po’ deserto forse, ma carino. Abbiamo davanti circa due ore e mezza di avvicinamento e novecento metri di dislivello per arrivare all’attacco della via. Più che un sentiero ci troviamo a seguire una traccia non battuta, coperta dall’erba bagnata. Saliamo lungo questo selvaggio vallone , la vegetazione si dirada man mano che ci avviciniamo all’Alpe Antena che raggiungiamo dopo circa due ore. Qui vediamo stagliarsi la Cima Fer. Ci appare subito severa. Un ammasso granitico con erti costoni che salgono fino in vetta.

Attraversiamo la conca sottostante superando una pietraia e in circa 30 minuti siamo all’attacco della cresta di sinistra dove si sviluppa la Gervasutti. Siamo fradici, qualcuno più temerario e purista, decide di salire con gli scarponi, altri come me invece, preferiscono le scarpette, quantomeno per scalare con i piedi asciutti.


Attacchiamo la Gervasutti, questa linea elegante che si sviluppa su 400 metri di roccia bellissima. Il percorso presenta molte fessure, crepe e speroni, sempre proteggibili con facilità,con friend medio grandi, nuts e cordini. Sui passi più impegnativi, troviamo qualche vecchio chiodo, non sempre stabile. Progrediamo molto attenti in quanto lungo la via di incontrano dei blocchi grandi da tirare con molta attenzione perché molto instabili. Arrivati al Gendarme Giallo, un austero pilastro dorato, lo si scala con due passi di IV e di IV+ (i gradi qui sono da prendere un po con le molle, forse se venisse rigradata oggi, credo che sarebbero più alti).


Dopo il Gendarme Giallo proseguiamo sulla via abbassandoci alla base di un bel placcone inclinato che porta ad un diedro dove ci si può proteggere con un friend per superare il passaggio successivo. Per me questo è stato uno dei passi più impegnativi, molto psicologico. Si deve traversare una lastra staccata, mettendosi a cavalcioni della stessa, fin dove possibile, poi ci si deve portare completamente all’ esterno con i piedi in contrapposizione su un liscione di 30 metri e spostandosi verso destra con le sole mani. Non è facile ricordare tutti i passi della via, in quanto molto varia. Un‘altro passaggio interessante, in un diedro che abbiamo salito in tre modi diversi: chi in artificiale, chi dulferando in contrapposizione, chi seguendo i lastroni di sinistra (l’importante è uscirne). L’ultimo movimento chiave, forse il più impegnativo, è sul diedro prima della sommità, dato di V o A0, dove tutti ci siamo cimentati in un’operazione accurata di mungitura rinvii intensiva.


Fin qui la salita. Ora l’itinerario ci porta a fil di cresta verso ovest. Qui comincia il vero ravanage della giornata per cercare il canale di uscita. Cerchiamo invano, due fantomatici spit, indicatici la sera prima, da un accademico del posto, in pizzeria,ma non si fanno trovare. Maio il più anziano, di età e di esperienza, ci precede cercando una via di uscita e dopo tanto ravanare, riesce a trovare un modo per avvicinarsi al canalone di discesa. Verso la fine della cresta e seguendo le indicazioni di Maio, imbocchiamo una forcella, disarrampicando su terrazzamenti a volte molto instabili, con passaggi molto delicati. Raggiungiamo Maio che ha trovato uno sperone con due vecchi chiodi. Qui attrezziamo una doppia e ci caliamo di 60 metri più sotto dove comincia il tanto anelato canalone. Non nego che arrivato qui,sono riuscito a rilassarmi un po’,dopo ore di concentrazione.


Scendiamo la pietraia con il casco saldo in testa a causa dei numerosi sassi rotolanti che ci seguivano. Raggiungiamo l’Alpe Antena e da qui riprendiamo la lunga traccia del rientro e tra scivoloni e qualche insaccata, torniamo a Campiglia Soana. Bagno nella fontana, birretta, saluti e si torna a casa.


Questa salita mi ha insegnato molto.
Innanzitutto massimo rispetto a questo ragazzo friulano soprannominato Il Fortissimo, per avere aperto negli anni trenta questa via, con l’attrezzatura dell’ epoca e con ai piedi gli scarponi Con i chiodi. Eh si, il buon Giusto Gervasutti ci ha dato del filo da torcere.


Un’altra considerazione è che forse, avevamo preso questa via, un po’ alla leggera, basandoci sulle poche relazioni concise, trovate in rete, che dicono tutto e niente. La Gervasutti è stata una grande prova fisica e psicologica, dove in alcuni punti non è stato facile mantenere il sangue freddo. Un lungo avvicinamento non battuto, una via tutta da proteggere, esclusi una decina di vecchi chiodi in 400 metri di sviluppo. Una cresta sommitale affilata e molto lunga ed esposta. Una discesa fatta in gran parte disarrampicando slegati. Prese, molto e sottolineo molto, delicate. Grandi lastroni mobili e sassi che aspettavano solo di rotolare giù. Un grazie particolare alla rada nebbia che ci ha tenuto un po’ al fresco.


Insomma, un impegno da 12 ore e mezza, di cui 8, di pura concentrazione. Un po’ di dispiacere, nel vedere un capolavoro come questo, un po’ abbandonato, a causa penso, del lungo avvicinamento, ma si sa, come va il mondo oggi. Per chi volesse provarla, consiglio di salire molto presto e di portare molta acqua perché totalmente assente.
Grazie ai miei soci, sempre grandissimi e un piccolo complimento anche a me che ho superato questa prova, benché al limite.

L’appuntamento come sempre è alla prossima avventura.

G.